La devozione a S. Maria di Montenero, Ferdinando I e le navi a Livorno (1608)

Pietro Vigo nel libro Montenero, guida storico artistica descrittiva (1902) scrisse sulla storia del castello e sul santuario dopo l’apparizione della “Sacra Immagine presso il torrente Ardenza, nel luogo ove sorse poi l’oratorio chiamato della Madonnina (15 maggio 1345). Ricordò anche i documenti che ne parlarono dal 1415 in poi, i custodi frati del Terz’Ordine di San Francesco, i Gesuati di Santa Maria della Sambuca, i padri Teatini dal 1668 eccetera.
Scrisse anche che “sotto gli Ingesuati, la chiesa e il convento di Montenero ebbero abbondanza di doni e di elargizioni e lasciti di terre e beni immobili.
La enumerazione ne riuscirebbe forse troppo prolissa e tediosa al lettore [...] ma la copia di quelle donazioni ci attesta sempre più l’amore dei livornesi alla Madonna, la fiducia loro nella potentissima sua intercessione e la venerazione per l’Immagine di Lei”.

Su Montenero però Vigo documentò poco il periodo compreso tra la seconda metà del cinquecento a tutto il seicento, o, come scrive a p .70: “... non mi è stato possibile ritrovar di Montenero, sino allo scorcio del secolo diciottesimo, altre notizie da quelle infuori che si riferiscono al Santuario, narrate in altra parte del libro, ed alle relazioni di Montenero col castello e poi città di Livorno che andava via via progredendo”.
Ed è più vero di quanto sembri. Questo perché in tale periodo storico e in quella parte di Toscana si stava svolgendo una storia straordinaria. Anche se non vantava origini romane, dopo il 1421 (data in cui i fiorentini l’acquistarono dalla repubblica di Genova), Livorno aveva ottenuto dei cantieri navali e una fortezza e, decaduto il vicino Porto Pisano, aveva acquisito ancora più importanza come scalo marittimo. Il successivo grande sviluppo si era verificato con i Medici. Cosimo I aveva concesso ai nuovi abitanti privilegi, esenzioni fiscali e la garanzia di non essere perseguiti per debiti contratti o pene incorse altrove. Aveva fatto costruire un molo e un faro, e reso la città base delle galee dell’ordine militare di Santo Stefano in guerra contro i musulmani.
Ferdinando I aveva fatto erigere un sistema di fortificazioni attorno alla città, costruire magazzini, una fortezza, un lazzaretto e numerosi altri edifici, e fatto scavare un canale navigabile collegato all’Arno.
Inoltre non solo aveva confermato i privilegi e le immunità concessi dal padre, ma anche promulgato un editto in quarantotto articoli, datato 10 giugno 1593, con il quale mercanti di ogni nazione e religione – greci, armeni, turchi, ebrei, mori e altri – venivano invitati a stabilirsi a Livorno, senza il timore di subire molestie a causa del proprio credo e con la piena garanzia di sicurezza per le persone e i beni.
Il figlio Cosimo II aveva proseguito nell’opera di sostegno a Livorno, dotandola di statuti municipali e potenziandone la flotta da guerra. Da allora, la città aveva continuato a prosperare, beneficiando della protezione illuminata dei granduchi e della tranquillità di cui la Toscana, in linea generale, usufruì nei secoli seguenti.

In “relazione” al progredire della città – come scrisse il Vigo –, si sviluppò e ampliò la devozione a Santa Maria di Montenero, che fu invocata anche nell’ambito del commercio e dei viaggi marittimi. Ne sono testimonianza gli altari voluti dalle società mercantili e gli ex voto marinari superstiti presenti nel santuario.
Riguardo alla documentazione presa dai manoscritti meno conosciuti (come le lettere del fondo Mediceo del Principato dell’Archivio di Stato di Firenze), già nel giugno 1565 si trova accennata tale stretta relazione. In una missiva Bernardo Baroncelli informava Cosimo I che era venuto a stare in Antignano con tutta la sua famiglia “dove per gratia di Dio stiamo benissimo e perché io me ne vo spesso a udir messa alla Madonna di Montenero”.
Nel gennaio 1600 anche Marcantonio Calefati mandava a Curzio Picchena un inventario di quanto nella guerra di corsa avevano trovato in quattro brigantini moreschi catturati in Corsica dai cavalieri di Santo Stefano. Due orci d’olio erano stati offerti all’altare della Madonna di Montenero.
Nell’agosto 1637 si ringraziava la stessa Madonna di Montenero per aver salvato una nave con dieci balle di cotone arrivata sana e salva a Livorno, già salpata da Alessandria su una nave inglese e poi da Napoli sulla nave di Niccolò Barletta.
Nel settembre 1669 si riferiva inoltre che l’ambasciatore portoghese arrivato a Livorno intendeva udire la messa cantata all’altare di nostra Signora di Montenero.
Nel maggio 1694 infine si supplicava il granduca di due patenti di capitano per la corsa n levante al corso, contro il turco. I capitani, al presente di stanza nel porto di Livorno, erano Giuseppe Preziosi per la nave Madonna di Montenero detta Jerusalem con 40 cannoni e 250 uomini, e Angelo Franceschi al comando della nave nominata Sant’Elena con 24 cannoni e 150 uomini.

Non parlano di Livorno e del santuario solo le lettere del fondo Mediceo del Principato. Secondo il Diario manoscritto del cerimoniere Cesare Tinghi, il granduca Ferdinando I focalizzò la sua politica anche sulla città e nel 1608 visitò Montenero.
Era inverno e il granduca, pur soggiornando soprattutto a Pisa con la corte – come d’uso per fuggire il rigore della stagione a Firenze –, il 21 gennaio “se ne venne a Livorno dove [...] trovò che in porto vi erano n. 66 nave tutte cariche diverse mercanzie et trovò sua altezza che davanti al porto di Livorno vi si fabricava un galeone rosso fabricato con disegnio del conte di Verliche inghilesse [Robert Dudley conte di Warwick] (1) che veramente è cosa degnia, non mai più fatto nel porto di Livorno et sua altezza ne sentì gran contento et gran ghusto et di vedere tante nuove cose a Livorno come giornalmente si fanno con tanta grolia [= gloria] di sua altezza serenissima”.
La stagione però era rigidissima e il giorno 22 “sendo tanto gran freddo et tanta gran neve sua altezza non uscì fuori, ma atese a li suoi importanti negozi delle cose delle galere et nave”. Il 24 andò “atorno alla sua magnifica fabrica di Livorno et a vedere tutte le cose sue con gran suo ghusto”.
Il 29 andò in campagna verso Montenero, continuando i giorni dopo ad andare a vedere “tutta la fortificatione di Livorno”, “verso Stagnio” e “in su la sua freghata a vedere al fanale li suoi quatro bertoni che sua alteza vuoleva mandare in corso”.
Il 2 febbraio (Candelora) “andò alla messa al duomo et a ricevere la candela benedetta” insieme al principe “et il giorno madama [la moglie Cristina di Lorena] con tutta la corte andò alla Madonna di Montenero”.

Quali grazie Madama e la corte invocassero nel santuario non è scritto, ma di certo una parte di queste riguardò anche le spedizioni di Ferdinando che voleva fare “una nuova inpresa contra al turcho in levante”. Così quei giorni il granduca “fece armare quattro bertoni, cioè nave da ghuerra, sotto la carica e condota di diversi capitani et sotto la carica del cavaliere Ghuadagni et partiro dal fanale [...] per aspetare il buontempo et andare a loro viaggio”. Il che che avvenne il giorno 9 ...: salparono “bene armati et ben muniti di vetovaglia et soldatescha, che Dio li mandi a buon viaggio”.
Messo in mare il progetto, lo stesso giorno Ferdinando con la corte ritornò a Pisa dove, tra altre cose nel tempo successivo, si occupò dei festeggiamenti del carnevale: del gioco del ponte, di due palii dei navicelli e di una fregata con “buona musica di fiato et di strumenti la quale cantando andava di su e di giù per Arno”. Ricevette anche una galeotta armata di venti banchi “comandata dal Cardinalino capitano di essa, la quale venne da Livorno et, entrata in Pisa col palamento, venne vogando per fino al ponte vechio, tirando artilierie et salva di archibusate, et venne alborata di tutte due li alberi et con vela al trincetto, la quale aportò a tutto il popolo gran meraviglia poi che, per ispazio d’anni 35 corenti, non s’era mai visto a Pisa galere armate di quella sorte e sua altezza la fece venire per dare piacere al popolo”.
Il 12 marzo Ferdinando ritornò a Livorno nonostante il “gran temporale et sì gran neve che s’atachò perfino su li schogli del mare”.
Il 17 “andò in forteza nuova a vedere quella forteza poi andò a vedere il nuovo galeone che si fabrica drento in Livorno [...] poi andò alla devotione della Madonna di Livorno, sendovi la festa”.

Il 20 marzo presenziò al varo del galeone del Dudley “et facendovi su dire la messa et benedillo et postoli nome il galeone San Giovan Battista di Livorno, et venuto il doppo desinare sa con tutta la corte andò a vedere nel baluardo Sant’Andrea et, dato il tenpo con bellisima varata et con sei arghani et con due aghumine di là dal porto nuovo con numero passa 500 stiavi, fu con molta diligenzia varato detto galeone in meno di due ore et si varò con buonissimi ordini et andò giù nel porto con galanteria; era cosa meravigliosa a vedere il motivo di tanti stiavi a un tratto et il ben teatro di circustanti che stavono a vedere; la quale fu una bella festa per quel giorno con gran contento di sua altezza serenissima”.
Il 25 il granduca andò alla messa e alla predica “alla ciesa grande di Livorno per esere il giorno della santisima Nuntiata et fece fare le solite elemosine”.
Il 28 ritornò a Pisa, e il 10 aprile fu di nuovo a Livorno, dove l’11 fece “tirare fuori dalla boccha del porto [...] il galeone San Giovanbatista et condurlo al fanale per fallo finire et munire...”. Il giorno 17 due galere tornarono dalla corsa due galere in Sardegna e Corsica “senza avere preso niente”.
Il 30 aprile il granduca con la corte riprese il lento viaggio di ritorno e il 13 maggio “dall’Ambrogiana [...] ne venne a desinare a Firenze et il giorno andò a visitare la ciesa della Santissima Nutiata et a redelli infinite gratie”.

Paola Ircani Menichini, 23 ottobre 2026. Tutti i diritti riservati.

(1) Sul galeone di Robert Dudley leggi anche il mio “A bordo del rambargio granducale ...”




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